Il nuovo Statuto d'Autonomia della Nazione Sarda - Sa Charta de Logu Noa de Sa Natzione Sarda
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20 Novembre 2008
Il vento del Nord arriva in Alto Adige ma non in Trentino
di Red., ore 18:03
IL VENTO DEL NORD ARRIVA IN ALTO ADIGE. MA NON IN TRENTINO
di
Francesco Palermo
(Professore associato di Diritto Pubblico Comparato, Facoltà di Giurisprudenza, Università
di Verona e Direttore dell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo,
Accademia Europea di Bolzano)
e
Carolin Zwilling
(Senior Researcher nell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo,
Accademia Europea di Bolzano)

19 novembre 2008

1. Stabilità o terremoto?

Le recenti elezioni per i consigli provinciali di Bolzano e Trento presentano diversi profili
di interesse, sia in chiave politica, per le peculiarità dei rispettivi sistemi partitici e dei risultati
elettorali, sia in termini costituzionali, per l’impatto sullo sviluppo della specialità, sul futuro
della Regione Trentino-Alto Adige, e sui rapporti tra i gruppi linguistici. Paradossalmente, le
urne hanno confermato in entrambe le Province autonome le maggioranze uscenti e i loro
leader, e tuttavia hanno fornito indicazioni estremamente significative di cambiamento. Se la
stabilità è l’elemento che accomuna l’esito elettorale a Bolzano e a Trento, con i Presidenti
Durnwalder e Dellai confermati rispettivamente per il quinto e il terzo mandato consecutivo,
si accentuano invece le già profonde differenze tra le due province sia in termini istituzionali
che in relazione al quadro politico: con due sistemi elettorali molto diversi e una comune
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lunga tradizione di governi di centro, in Alto Adige i veri vincitori delle elezioni sono i partiti
dell’estrema destra (tedesca), mentre in Trentino la prevista crescita delle destre non si è
verificata.
Nella Provincia Autonoma di Bolzano la Südtiroler Volkspartei (SVP) ha mantenuto
saldamente la maggioranza, con il 48,1% dei consensi. Tuttavia il suo risultato è il peggiore di
sempre in termini percentuali, perché mai in un’elezione provinciale/regionale il partito di
raccolta delle minoranze tedesca e ladina era sceso sotto la soglia del 50%. Il risultato è stato
comunque sufficiente alla SVP per mantenere la maggioranza assoluta dei consiglieri (18 su
35). Nella legislatura precedente il partito contava ancora su 21 consiglieri. Il mantenimento
della maggioranza assoluta di seggi non era affatto scontato, giacché alle politiche di
primavera la SVP aveva ottenuto lo storico minimo del 44,3%, e molti temevano un analogo
crollo alle provinciali. Il secondo partito della Provincia diventano i Freiheitlichen con il
14,3% e ben 5 consiglieri (+ 3, esattamente quanti ne ha persi la SVP). Il Popolo della
Libertà si è fermato all’8,3%, conquistando 3 seggi (1 in meno di quanti ne avessero finora
AN e Forza Italia insieme). Due seggi vanno al Partito Democratico (6,0%), ai Verdi (5,8%)
e al nuovo movimento della storica leader indipendentista Eva Klotz Süd-Tiroler Freiheit
(4,9%). Un seggio ciascuno è stato attribuito a Union für Südtirol (2,3%, il partito da cui la
Klotz è uscita), Lega Nord Südtirol (2,1%) e Unitalia Movimento Iniziativa Sociale (1,9%).
Non entrano in Consiglio le liste di Italia dei Valori (1,6%), Casini UDC (1,2%),
Bürgerbewegung (1,2%), Ladins Dolomites (1,1%), Sinistra dell’Alto Adige/Linke für
Südtirol (0,7%) e Comunisti Italiani (0,4%): 15 erano le liste presenti. L’affluenza al voto, sia
pure in calo (-1,9%) è rimasta comunque assai elevata, come da tradizione (80,1%).
Nella Provincia Autonoma di Trento la coalizione di centro-sinistra guidata dal Presidente
Lorenzo Dellai ha ottenuto una solida maggioranza di 21 seggi su 35, mentre quella di centrodestra
guidata dal senatore leghista Sergio Divina si è fermata a 12 seggi. Nonostante molte
previsioni della vigilia ipotizzassero un testa a testa tra i candidati alla Presidenza – a causa
dell’affermazione delle formazioni di destra in Europa, in Italia, e anche in Trentino, dove alle
politiche di primavera il centro-destra aveva inaspettatamente conquistato la maggioranza – il
Presidente Dellai è stato rieletto con un rotondo 56,99%, mentre Divina si è fermato al 36,5%.
Primo partito in Consiglio è il Partito Democratico col 21,62% (8 seggi), seguito dal partito
di Dellai Unione per il Trentino (UPT, versione territoriale e “centrista” del Partito
democratico e fortemente collegata al Presidente) col 17,92% (6 seggi). Il Partito
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Autonomista Trentino-Tirolese (PATT) ha mantenuto con l’8,52% dei voti i suoi 3 seggi, e un
seggio ciascuno sono andati ai Verdi (2,77%) e all’Italia dei Valori (2,73%). Nello
schieramento di centro-destra il primo partito è ora la Lega Nord con 6 seggi (14,07%) che,
come i Freiheitlichen in Alto Adige, ha triplicato i consensi, seguito dal Popolo della Libertà
con 5 seggi (12,26%, un consigliere in meno). Solo un seggio per la Lista Civica Divina
(4,32%). Il seggio garantito dallo statuto ai comuni ladini della Val di Fassa è andato
anch’esso al centro-sinistra (Unione Autonomista Ladina). Molte le liste che non ottengono
seggi, da quelle nazionali minori (La Destra, Pensionati, La Sinistra, Comunisti Italiani) a
quelle territoriali (Fassa, Autonomia Popolare, Autonomia Valli Unite, Amministrare il
Trentino, Giovani per il Trentino, Leali al Trentino): 22 liste erano presenti alla competizione.
L’affluenza è stata in calo anche in Trentino di circa l’1%, fermandosi al 73,13%.
Mentre in Trentino il risultato è stato letto come una (in parte inattesa) conferma della
fiducia degli elettori nella coalizione di governo e nel suo Presidente, in Alto Adige il voto ha
significato per tutti la fine di un’epoca, quella del partito di maggioranza assoluta e unico
reale rappresentante del gruppo linguistico tedesco. La crescita della destra è netta in Alto
Adige (ma solo tra gli elettori di lingua tedesca, mentre è in calo tra quelli di lingua italiana),
mentre in Trentino ha riguardato soltanto la Lega Nord, ed è andata prevalentemente a scapito
degli altri partiti della coalizione. In entrambe le Province si conferma comunque un sistema
politico fortemente territoriale, slegato dalle logiche e dalle dinamiche politiche nazionali.
In Alto Adige si sono replicate molte delle dinamiche delle recenti elezioni bavaresi e
austriache: crollo della fiducia nel partito-stato (come nell’elezione del Consiglio regionale in
Baviera, dove la CSU ha perso dopo decenni la maggioranza assoluta con un calo del 17% dei
voti – e come in Tirolo, dove alle elezioni regionali di giugno i popolari da sempre al governo
hanno perso quasi il 10%) e avanzata travolgente dei movimenti populisti e xenofobi di
estrema destra (come nelle elezioni federali del 28 settembre in Austria, coi successi di FPÖ e
BZÖ). Tuttavia, le previsioni per la SVP sembravano ancora più negative, ed è interessante
notare – come si vedrà più avanti – che la maggioranza assoluta dei seggi è stata mantenuta
per il rotto della cuffia grazie al voto degli elettori di lingua italiana. Anche il Trentino è
andato in controtendenza, ma solo rispetto al volto politico di primavera. In quell’occasione
c’è stata un’affermazione del centro-destra (e soprattutto della Lega) per la prima volta dal
crollo della DC (che in Trentino aveva sempre avuto maggioranze schiaccianti); inoltre,
alcuni recenti scandali relativi a tangenti ed episodi di corruzione sembravano avere messo in
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crisi il sistema di potere che ruota intorno al centro-sinistra al governo da decenni (i media
avevano addirittura coniato un’espressione dialettale per indicare il fenomeno: la
“magnadora”, la mangiatoia). Tuttavia, quando si è trattato di votare per la Provincia, gli
elettori trentini sono tornati in massa a dare fiducia al Presidente Dellai e alla sua
maggioranza.
Pare dunque possibile parlare, per entrambe le Province, di “terremoto nella stabilità”. Per
la prima volta in sessant’anni di democrazia ci sono stati spostamenti di voti tali da togliere
certezze a chiunque. Persino nelle tranquille regioni alpine, da sempre conservatrici, si
registrano sussulti politici, le elezioni divengono per la prima volta incerte e all’ancora
prevalente desiderio di stabilità si accompagnano malesseri del tutto nuovi per aree tra le più
prospere e sicure d’Europa.
2. Il significato politico del voto
In Alto Adige si stima che circa 14.000 voti si siano spostati dalla SVP ai Freiheitlichen. I
tre partiti dell’estrema destra tedesca (Freiheitlichen, Süd-Tiroler Freiheit e Union für
Südtirol) hanno insieme 65.500 voti, pari al 21,3%. Insieme fanno quasi la metà della SVP.
Non va dimenticato che fino alla chiusura del pacchetto nel 19921 non esisteva alcun partito di
opposizione alla Volkspartei, che aveva il monopolio della rappresentanza della minoranza di
lingua tedesca (oltre il 90%). Alle scorse elezioni del 2003, la SVP aveva perso alcuni voti
soprattutto a vantaggio dei Verdi, che nelle valli avevano beneficiato della protesta contro la
gestione poco partecipata del potere e contro alcune grandi opere. Ora questa protesta si è
radicalizzata ed ha premiato non più una formazione interetnica, ma partiti anti-statutari, che
chiedono, con diverse sfumature, il distacco dell’Alto Adige dall’Italia. Paradossalmente,
però, il tema della convivenza tra gruppi linguistici è stato meno centrale che in passato. La
SVP ha perso molto in periferia, ma ha aumentato i consensi nelle città, raggiungendo il suo
massimo storico nel comune di Bolzano (22,6%, oltre il 2% in più che nel 2003). Ciò
significa che un consistente numero di elettori di lingua italiana ha votato per la Südtiroler
Volkspartei, stanco della deludente offerta politica dei partiti “italiani” e incentivato da un
complessivo ammorbidimento delle posizioni “anti-italiane” della SVP: si calcola che circa
1 Il cd. “Pacchetto” era un insieme di 137 misure da adottarsi con atti diversi (il più importante dei quali la revisione dello
Statuto di autonomia), concordato tra la SVP e il Governo italiano alla fine degli anni ’60 e volto a mettere fine alla vertenza
altoatesina che aveva anche raggiunto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Approvato a stretta maggioranza dalla SVP
nel 1969, la sua attuazione ha richiesto oltre vent’anni: nel 1992 l’Austria (potenza “tutrice” dell’accordo Degasperi-Gruber)
ha depositato presso l’ONU la quietanza liberatoria, con cui ha riconosciuto l’attuazione da parte dell’Italia degli obblighi
internazionali relativi alla tutela della minoranza di lingua tedesca della Provincia di Bolzano.
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14.000 voti per la SVP (quasi 1/10 dei suoi consensi) siano venuti da elettori di lingua
italiana, il che corrisponde ad almeno un consigliere. Dunque è col voto “italiano” che la SVP
ha mantenuto la maggioranza assoluta in Consiglio. Per contro, soprattutto i Freiheitlichen
hanno incentrato la loro campagna vincente non tanto sul sentimento anti-italiano, quanto
sulla denuncia del sistema di potere della Volkspartei e sulla protesta contro l’immigrazione
straniera. La stessa Lega Nord Südtirol (si noti l’assenza di dizione bilingue), che è riuscita
dopo 15 anni a ritornare in Consiglio provinciale, si è fatta paladina di un “patto” tra tedeschi,
italiani e mistilingui contro gli immigrati, specie quelli di religione islamica. In definitiva, per
quanto emergano nuovi e preoccupanti segnali di paura, questa non sembra più riguardare la
convivenza tra tedeschi e italiani, e sembra essersi spostata verso altre forme di diversità,
segnatamente quelle arrivate più di recente e con maggiori difficoltà economiche
(dimostrando una volta di più che le differenze etniche si vedono molto meno quando c’è
omogeneità economica…).
Si pone ora alla SVP il problema della linea politica da prendere. Il vantaggio è che ci sono
5 anni per lavorare in tranquillità. Lo svantaggio è che, se non inverte la tendenza, il partito è
destinato a svuotarsi dal di dentro. La sua stessa ragion d’essere è in discussione, ed il partito
è vittima del suo successo: avendo ottenuto ciò per cui ha lottato, non è chiaro quali nuovi
obiettivi vorrà porsi. Le possibilità sono due: inseguire la destra sul suo stesso terreno, o
proporre un’alternativa. Rincorrere la destra sarebbe poco redditizio per la SVP: se si imita un
modello che ha avuto successo, si finisce solo per rafforzare chi su quel cavallo è salito per
primo. Non a caso, il leader dei Freiheitlichen Leitner ha affermato che il suo partito è la
“nuova SVP”: perché i vecchi temi della SVP (integrità morale e “purezza” etnica) sono
adesso i loro. La SVP non può rincorrere i Freiheitlichen sul piano dell’antipolitica, perché
dopo aver governato per sessant’anni non sarebbe credibile. Né può farlo sul piano
dell’estremismo etnico e della chiusura verso i diversi (italiani o stranieri che siano), perché il
suo messaggio dovrà necessariamente essere intriso anche del moderatismo imposto a chi
governa, per cui risulterebbe fiacco e controproducente. L’alternativa è cambiare pelle e
proporsi sempre più come partito territoriale e sempre meno come partito etnico. Una scelta
difficile. E infatti le prime avvisaglie post-elettorali sembrano indicare un arroccamento
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almeno simbolico sulle posizioni più tradizionaliste2. Ma è ancora presto per una risposta
definitiva: il segretario cambierà in primavera e le valutazioni si faranno sui tempi lunghi.
Quanto al voto degli elettori di lingua italiana, oltre al ricordato consenso per la SVP (che
ne fa il terzo partito più votato tra gli italiani, identificato con i valori di stabilità e buon
governo che invece mancano ai partiti “romani”), va segnalato l’arretramento del Popolo della
Libertà. Dalla fine degli anni ’80, ancor prima del tracollo della DC, il MSI prima, AN poi, e
infine, sia pur in modo minore, anche Forza Italia, hanno catalizzato il voto della maggioranza
della popolazione di lingua italiana, che si sente esclusa dalla gestione dell’autonomia. Da
tempo tuttavia nel centro-destra è in corso uno scontro tra l’ala “dura”, contraria ad un
accordo con la SVP finché questa non mostri segnali di disponibilità su temi importanti come
la scuola e la toponomastica, e quella “morbida”, che punta ad andare al governo provinciale
con la SVP in forza della sua maggiore rappresentatività nella comunità italiana e per il
collegamento col governo nazionale. Lo scontro tra queste due anime ha lacerato il nuovo
Partito delle Libertà, che è bensì rimasto il partito più votato nella comunità italiana, ma con
un forte ridimensionamento dei consensi. Per contro il Partito Democratico aveva ottenuto
eccellenti risultati alle politiche di aprile e puntava al sorpasso nei confronti del PDL, ma
anch’esso si è dovuto accontentare di un risultato inferiore alle attese. Diversi voti si sono
dispersi tra i piccoli partiti che non hanno ottenuto seggi (Italia dei Valori, UDC, Sinistra per
l’Alto Adige, Comunisti italiani). In definitiva, la rappresentanza del gruppo linguistico
italiano resta debole (8 consiglieri su 35) e spalmata su proposte politiche molto diverse, tanto
da rendere difficile per la SVP la scelta del partner italiano di giunta3.
In Trentino i cambiamenti sono meno evidenti, e la conseguenza più visibile delle elezioni
è la domanda di stabilità. Particolarmente significativo appare il confronto con le politiche di
soli sei mesi prima, quando il PDL ottenne il 27,4%, mentre in queste provinciali scende al
12,26%. Più che a dinamiche nazionali, l’esito sembra legato a fattori locali: il maggiore
radicamento territoriale del centro-sinistra, l’effetto traino del Presidente Dellai (oltre 8000
2 A tre settimane dalle elezioni va registrata tuttavia la partecipazione di molti esponenti di spicco della SVP, tra cui il
segretario, ad una manifestazione degli Schützen (il gruppo paramilitare tirolese ultra-conservatore) contro i simboli fascisti
nella città di Bolzano, in primis il contestatissimo monumento alla Vittoria (quella dell’Italia nella Grande Guerra che ha
portato all’annessione dell’Alto Adige all’Italia). Da decenni la SVP evitava di partecipare ufficialmente alle manifestazioni
dei gruppi estremisti.
3 Com’è noto, in base allo statuto di autonomia (artt. 50 c. 2 e 36 c. 3) la composizione della Giunta provinciale di
Bolzano (e di quella regionale) deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici rappresentati in Consiglio. Nonostante la
SVP abbia da sempre la maggioranza assoluta, la giunta deve quindi includere rappresentanti italiani. In assenza di un
accordo politico, i rappresentanti italiani possono essere rappresentati in giunta a mero titolo etnico, ossia senza deleghe:
un’ipotesi che non si è finora mai verificata. Per dettagli sul funzionamento del sistema istituzionale della Provincia
autonoma di Bolzano si veda J. Marko, S. Ortino, F. Palermo (cur.), L’ordinamento speciale della provincia autonoma di
Bolzano, Padova 2001.
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voti solo personali, non collegati ai partiti della sua coalizione) e la prevalenza di tendenze
“conservatrici” che tendono da sempre a premiare chi è al governo, specie a fronte di
un’indubbia buona amministrazione4.
Ma c’è un altro fattore che pare determinante. A differenza dell’Alto Adige, che la sua
specialità non ha bisogno di dimostrarla per la composizione etnica della sua popolazione, il
Trentino è da tempo sotto forti pressioni in relazione alla propria specialità. Specie dalle
Regioni confinanti, Veneto e Lombardia (altre regioni tradizionalmente “bianche” che dai
primi anni ’90 si sono spostate a destra mentre il Trentino è andato a sinistra), giungono da
tempo pressioni e messaggi che contestano le ragioni della specialità del Trentino e del suo
trattamento differenziato, specie sotto il profilo finanziario. Il Trentino è insomma da tempo
preda di una “sindrome da specialità”, che lo porta da un lato a insistere per il mantenimento
della cornice regionale, vista come una garanzia di sicurezza per il legame con l’Alto Adige, e
dall’altro ad essere all’avanguardia nella sperimentazione di forme non etniche di autonomia,
a partire da una cultura politica del territorio. Il Presidente Dellai è colui che per primo ha
inventato la Margherita, per poi distanziarsene quando questa è divenuta un movimento
nazionale. Ora ha fondato il suo partito UPT (Unione per il Trentino), che si richiama alla
tradizione degasperiana e, più che un partito del Presidente, è un partito democratico
territoriale. Il PD, a sua volta, è certamente più “territoriale” di quanto sia in altre regioni. Gli
elettori mostrano di appoggiare chi innerva l’autonomia di significato politico. I trentini (più
degli altoatesini di lingua italiana) ritengono che l’autonomia vada difesa più a Trento che a
Roma. Di conseguenza premiano i partiti eminentemente territoriali più dei buoni uffici con i
partiti romani. I tre partiti eminentemente territoriali (UPT, PATT e Unione autonomistica
ladina, tutti nella coalizione di centro-sinistra) sommano insieme quasi il 30% dei voti,
ponendosi come l’area politica di maggioranza relativa.
3. La Regione esiste ancora? L’impatto delle elezioni separate….
Queste elezioni segnano il tramonto definitivo della Regione Trentino-Alto Adige,
aggravando in chiave politica il “coma istituzionale” di questo ente: una crisi le cui radici
risalgono al secondo statuto di autonomia nel 1972 ma che ha subito una vistosa accelerazione
nell’ultimo decennio. Due tornate elettorali fa, nel 1998, ancora si votava per eleggere il
4 Non può trascurarsi il fatto che, specie negli ultimi due decenni, il Trentino ha saputo inventare soluzioni innovative di
governo del territorio, dai patti territoriali allo sviluppo del sistema cooperativo, fino all’investimento in ricerca e sviluppo (è
la Provincia/Regione d’Italia con la quota più alta del PIL per la ricerca).
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Consiglio regionale, sia pure in due distretti elettorali distinti per provincia e i due Consigli
provinciali, gli organi che contano davvero, si componevano dei consiglieri regionali eletti nel
territorio della rispettiva provincia. La revisione dello statuto nel 2001 (art. 4 l. cost. 2/2001),
prendendo atto della situazione di fatto, ha ribaltato i rapporti, disponendo l’elezione
contestuale dei due consigli provinciali (con sistemi elettorali diversi), che insieme formano il
Consiglio regionale (artt. 25, 47 e 48 statuto), e così si è votato alle elezioni del 2003.
Stavolta, pure in assenza di modifiche al testo dello statuto, le elezioni si sono tenute a
distanza di due settimane, prima a Bolzano e poi a Trento. Si è trattato certo di un’ipotesi
eccezionale e giuridicamente assai discutibile, ma è indubbio il suo significato per i rapporti
futuri tra le Province e per il ruolo – sempre più marginale – della Regione.
Il 17 ottobre il Consiglio di Stato ha infatti accolto l’istanza cautelare presentata dalla Lega
Nord Trentino contro l’ammissione dell’UDC alle elezioni provinciali, ribaltando la decisione
del TRGA di Trento, che aveva invece ammesso la lista correggendo un errore formale,
ritenuto sanabile, relativo alla raccolta delle firme. L’esclusione in extremis dalla
competizione di un partito precedentemente ammesso ha comportato lo slittamento delle
elezioni di due settimane in Provincia di Trento (da 26 ottobre al 9 novembre). La lettera
dell’art. 48 dello statuto parrebbe deporre in modo univoco per la contestualità delle elezioni,
e avrebbe dovuto indurre a rinviare anche le elezioni in Alto Adige5. Tuttavia, probabilmente
contando sulla insindacabilità di fatto di una decisione che non avrebbe lasciato il tempo di un
ricorso prima dello svolgimento delle elezioni, la Provincia di Bolzano ha deciso di
confermare la data prevista per le sue elezioni6. Si è così votato a distanza di due settimane,
forzando lo statuto e dando un chiaro segnale di distacco tra le due Province. Politicamente si
tratta di un segnale molto negativo per Trento, che dell’ancoraggio all’Alto Adige fa una delle
ragioni fondamentali della propria specialità, che tuttavia la SVP ha dovuto dare per evitare
l’accusa, che le viene dai partiti della destra tedesca, di non avere ancora abolito la Regione,
ritenuta un inutile retaggio del passato e un pericoloso vincolo dell’Alto Adige ad un ambito
5 L’art. 48 c. 1 statuto, come modificato dalla l. cost. 2/2001 proprio per mantenere la cornice unitaria anche a seguito
dell’introduzione dell’elezione dei consigli provinciali anziché di quello regionale, stabilisce infatti: «Ciascun Consiglio
provinciale è eletto a suffragio universale, diretto e segreto, è composto di trentacinque consiglieri e dura in carica cinque
anni. Il quinquennio decorre dalla data delle elezioni. Le elezioni si svolgono contestualmente nella medesima giornata. Se un
Consiglio provinciale è rinnovato anticipatamente rispetto all’altro, esso dura in carica sino alla scadenza del quinquennio di
quello non rinnovato».
6 L’argomentazione giuridica addotta si basa sulla disposizione statutaria sullo scioglimento anticipato di un Consiglio
rispetto all’altro. Una lettura palesemente inconsistente, giacché non si tratta evidentemente di scioglimento ma di fine
naturale della legislatura, avvenuta tra l’altro contestualmente. E’ interessante notare altresì che la stessa Provincia di
Bolzano, nel decreto di fissazione della data delle elezioni (26/2.1 del 6 maggio 2008) richiamava lo statuto interpretandolo
in tal senso, affermando che ai sensi dell’articolo 48 «le elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali di Trento e di Bolzano
devono svolgersi contestualmente nella medesima giornata» (corsivo aggiunto).
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istituzionale a maggioranza italiana. Uno slittamento delle elezioni anche a Bolzano avrebbe
di certo ulteriormente svantaggiato la SVP a beneficio dei partiti della destra tedesca.
4. … e le contraddizioni dello Statuto
Questa vicenda mette a nudo molte delle contraddizioni che caratterizzano lo statuto
speciale di autonomia dopo la sua revisione nel 2001 (art. 4 l. cost. 2/2001). La modifica
statutaria è stata introdotta per consentire al Trentino di prevedere l’elezione diretta del
Presidente della Provincia, in linea con quanto avviene in tutte le altre regioni d’Italia (tranne
l’Alto Adige e la Valle d’Aosta), e per altri aggiustamenti minori (ad es. l’introduzione di
norme promozionali per la rappresentanza politica dei ladini del Trentino). Oltre alla
questione dell’interpretazione da dare all’obbligo della contestualità delle elezioni, molti altri
aspetti della collaborazione tra le due Province si svolgono di fatto al di fuori dello statuto.
Basti ricordare per tutti il fatto che, mentre la norma fondamentale prevede il mantenimento
della Giunta regionale e del suo Presidente quali organi autonomi e distinti rispetto alle giunte
provinciali, un accordo politico ha introdotto dal 2003 la “staffetta” tra i Presidenti delle due
Province alla presidenza della Regione. Un meccanismo basato su dimissioni volontarie del
Presidente in carica dopo la prima metà della legislatura, che non è tuttavia assistito da alcuna
garanzia giuridica.
Molte altre parti dello statuto non sono state adeguate ai mutamenti intervenuti nei quasi
quarant’anni della sua vigenza. Si pensi per tutte alle disposizioni relative alla finanza della
Regione e delle Province (artt. 69 ss.), da tempo “de-statutarizzate” e trasferite alla
legislazione ordinaria paritetica, o alle regole sul riparto di competenze, immutate nonostante
la riforma del titolo V, parte II della Costituzione nel 2001 e nonostante non menzionino
l’ambito comunitario, con la paradossale conseguenza che esistono tuttora (senza contare
quello comunitario) ben otto separati cataloghi di competenze legislative sul territorio delle
Province autonome7.
È certo comprensibile il timore nel porre mano ad una macchina complessa come lo statuto
di autonomia, specie in momenti di crisi e di complessiva difficoltà delle autonomie speciali:
il rischio di vedersi restituito dal Parlamento un testo che garantisca meno autogoverno e
meno risorse finanziarie di quanto sia assicurato ora è reale. Inoltre, il tentativo di blindare
7 Materie esclusive dello Stato (art. 117 c. 2 cost.), competenze concorrenti (art. 117 c. 3 cost.), legislazione regionale
esclusiva (art. 4 statuto), legislazione provinciale esclusiva (art. 8 statuto), competenze regionali concorrenti (art. 5 statuto),
provinciali concorrenti (art. 9 statuto), potestà legislativa provinciale integrativa (art. 10 statuto, ora probabilmente scomparsa
in seguito alla riforma costituzionale) e competenza legislativa provinciale o regionale trasferita (art. 17 statuto).
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l’autonomia contro modifiche unilaterali da parte del Parlamento non è andato a buon fine in
diverse occasioni8. Tuttavia, a lungo andare, questa situazione porta ad uno scollamento tra lo
statuto e l’autonomia reale, e ad una sorta di “statuto materiale” che priva il testo della sua
giuridicità e della sua funzione di garanzia dell’autonomia stessa. In altre parole, procrastinare
troppo l’ormai necessario aggiornamento dello statuto rischia di diminuire le garanzie
giuridiche del’autonomia e di condurre ad un’eterogenesi dei fini, danneggiando l’autonomia
speciale invece di salvaguardarla.
5. Note conclusive
Queste doppie elezioni provinciali mostrano una volta di più che l’autonomia – tanto più
quella speciale – non può vivere senza la necessaria cultura politica. L’autonomia non si
regge solo su strutture istituzionali, ma deve contare su un sistema politico che faccia
funzionare le istituzioni in modo autonomo. Sotto questo profilo, gli elettori di Bolzano e di
Trento hanno certamente dimostrato – pur se in modo diverso e con molte sfumature – di
credere nell’autonomia e di volerla difendere e sviluppare.
Il significato che le due province sembrano voler attribuire all’autonomia, specie a fronte
della situazione difficile del Paese, pare tuttavia assai diverso. A Trento l’autonomia è vista
come un “bene-rifugio”, una sorta di protezione contro l’impoverimento del Paese e contro il
“rischio” di vedersi contestare la ragioni della specialità dai vicini veneti e lombardi. Dopo
qualche anno di “smarrimento autonomistico”, in cui l’autonomia era ritenuta una sorta di
panacea a prescindere dalle modalità del suo esercizio, è stata proprio la guida di Dellai a dare
contenuto tangibile e concreto all’autonomia speciale, abbandonando una concezione
rivendicativa dell’autonomia e puntando sulla dimostrazione di cosa l’autonomia consente di
ottenere: un rapporto organico col territorio, investimenti in ricerca, internazionalizzazione,
infrastrutture. L’esito elettorale da un lato premia questa nuova concezione, dall’altro invita
ad accelerare su questa strada. Per contro in Alto Adige, che di autonomia rivendicativa ha
vissuto finora, sviluppando fin da subito una forte cultura politica autonoma e non avendo
nulla da dimostrare quanto alle ragioni della propria specialità, lo stesso desiderio di
8 La legge di revisione costituzionale della seconda parte della Costituzione approvata nel novembre 2005 (GU n. 269 del
18-11-2005) e poi non confermata dal referendum del giugno 2006 prevedeva all’art. 116 che gli statuti speciali potessero
essere modificati solo «previa intesa con la Regione o Provincia autonoma interessata sul testo approvato dalle due Camere in
prima deliberazione. Il diniego alla proposta di intesa può essere manifestato entro tre mesi dalla trasmissione del testo, con
deliberazione a maggioranza dei due terzi dei componenti del Consiglio o Assemblea regionale o del Consiglio della
Provincia autonoma interessata. Decorso tale termine senza che sia stato deliberato il diniego, le Camere possono adottare la
legge costituzionale». Analoga previsione era in corso di approvazione durante la passata legislatura, ma il suo scioglimento
anticipato l’ha fatta decadere.
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autonomia come presa di distanza dalla crisi del Paese ha finito per indurre molti elettori di
lingua tedesca a rimettere in discussione persino l’appartenenza all’Italia, e molti elettori di
lingua italiana a votare per la Südtiroler Volkspartei. Il “salto qualitativo” dell’autonomia e la
spinta al cambiamento indicano a Trento la richiesta di autonomia propositiva, a Bolzano un
sostegno all’autonomia da parte degli italiani e la voglia di andare oltre da parte del gruppo
linguistico tedesco.
Entrambe le Province si sono comunque affidate per l’ennesima volta in modo compatto ai
propri leader e in generale a coloro che hanno saputo assicurare sviluppo e benessere a questi
territori alpini. La stabilità politica che ne è emersa può e deve tuttavia essere letta in modo
articolato, perché è anche il frutto di forti incertezze rispetto all’avvenire. Gli esiti elettorali
indicano con chiarezza che le legislature provinciali appena iniziate chiuderanno un ciclo e
serviranno a prepararne un altro: in questa Regione i grandi cicli durano in media circa 25
anni. Alla fase del confronto e dell’autonomia imposta (1948-1972) è seguita quella
dell’autonomia conquistata (1972-1992), e poi quella dell’autonomia compiuta (dal 1992 fino
al massimo alla fine della nuova legislatura, nel 2013). I segnali della transizione ci sono tutti,
ma non è ancora chiara la direzione che questa prenderà, in chiave istituzionale (riforme,
“terzo statuto”, crisi nei rapporti tra le due Province, nuova impostazione dei rapporti tra
politica e cittadini), e politica. Intanto è sempre più visibile l’inquietudine da autonomia
matura: i venti da nord e da sud soffiano forti, e la sfida, tutt’altro che semplice, sta nella
capacità di sviluppare un’autonomia integrata e non autoreferenziale, in grado di trarre il
massimo dal sistema reticolare in cui è inevitabilmente inserita e di resistere alle tentazioni
dell’isolamento tra i monti.
www.federalismi.it 11
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